Orazio Nastasi – Se l’ami

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Orazio Nastasi ©
Se l’ami
Lettura di Luigi Maria Corsanico

William-Adolphe Bouguereau : Etude de Tete de Femme Blonde de Face,1898

Silvius Leopold Weiss – Allemande from Sonata 34 in E Minor (excerpt)

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Se l’ami
guardala negli occhi
con tale forza da sollevarla
dal peso dell’argilla
e annodale i capelli tra le tue mani
come t’avesse catturato
una sirena.
Non dirle mai t’amo
senza la luce delle parole.
Soprattutto quando le ombre
solcano il suo volto
e l’inquietudine si fa strada.
Così,
quando la vedi pensare a ore intricate
per i sogni che cadono
e le vertigini che s’acquietano,
cambia di cuore e sfiorala
come un delicato e subito
apparire di luna all’orizzonte
perché torni a ridere e
a illuminar la casa.
Se l’ami
non smettere di amarla
sempre con il suo nome
nei tuoi occhi.

Orazio Nastasi©

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Poesie – Traduzioni e versioni di Paolo Statuti

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Poesie
Traduzioni e versioni di Paolo Statuti ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Dipinto di Paolo Statuti

Il blog di Paolo Statuti :  https://musashop.wordpress.com/

00:18 Cyprian Kamil Norwid, A Verona
01:09 Bolesław Leśmian, Trasformazioni
03:08 Thomas Moore, Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti…
04:21 Boris Pasternak, Definizione della poesia
05:26 Jan Lechoń, L’incontro

Gabriel Fauré – Pavane in F-sharp minor Op. 50

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Cyprian Kamil Norwid  (Laskowo-Głuchy, 24 settembre 1821 – Parigi, 23 maggio 1883)

A Verona

Dei Capuleti e dei Montecchi le magioni,
Slavate dalla pioggia, squassate dai tuoni,
L’occhio mite dell’azzurro osserva.
Si posa sui ruderi dei manieri avversi,
Dei giardini scorge i cancelli riversi,
E lascia piovere una stella.
I cipressi dicono che per Giulietta,
Che per Romeo, una lacrima da un pianeta
Cade, e nelle tombe discende;
Ma la gente dice, e dice accortamente,
Che non sono lacrime, ma pietre,
E che nessuno le attende!

 

Bolesław Leśmian (Varsavia, 22 gennaio 1877 – Varsavia, 7 novembre 1937)

Trasformazioni

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,
E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,
Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa
Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –
E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,
E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

Un papavero, là, nel campo senza fine
Si scoprì, e con un grido privo di suono
Si trasanguò in un gallo in piume porporine,
E la scarlatta cresta scosse con frastuono,
E cantò nella notte con terrore insano,
Fino all’eco dei galli veri da lontano.

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,
Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,
Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,
E corse via pungendo verdi barricate,
Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,
E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,
E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?
Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?
Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?
Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?
Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

Thomas Moore (Dublino, 28 maggio 1779 – Sloperton, 25 febbraio 1852)

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti…

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti
Che oggi ammiro sì teneramente,
Domani si rivelassero infranti,
Per magia d’una fata, di repente,
Saresti ancora adorata come adesso.
Se la tua grazia dovesse svanire,
Ogni mio desìo come verde amplesso
Ti farebbe di nuovo rifiorire.

Non quando possiedi gioventù e beltà
E mai versi una lacrima amara,
Si riconosce l’ardore e la fedeltà
Dell’anima cui sarai ognor più cara:
No, chi ama davvero ignora l’oblio,
E ama sempre fino all’ultima ora,
Come il girasole rivolge al suo dio
Lo stesso sguardo al tramonto e all’aurora.

 

Boris Leonidovič Pasternak (Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960)

Definizione della poesia

E’ il fischio sparso all’improvviso,
Il crepitìo dei ghiaccioli,
La notte che gela la foglia,
Il duello di due usignoli.
E’ il pisello inselvatichito,
Il pianto del cielo nei baccelli,
Figaro dai leggii e dai flauti
Che sulle aiole cade a granelli.
E’ tutto ciò che alla notte importa
Trovare nei fondali profondi,
E una stella portare nel vivaio
Sui palmi bagnati e tremebondi.
Più piatta d’una tavola è l’afa,
Il firmamento è sommerso di ontano,
Alle stelle si addice ridere,
Ma l’universo è sordo e lontano.
1917

 

Jan Lechoń  (Varsavia, 13 marzo 1899 – New York, 8 giugno 1956)

L’incontro
A Maria Bogdzinska

Oggi in questa notte, insonne e abbandonato,
Tra i raggi lunari, spinto da un soffio strano,
Non so come a Ravenna mi son ritrovato
E ho visto ciò che da tempo sognavo invano.

Le note d’un flauto da una finestra vicino,
La brezza che porta un profumo inebriante –
Ed io come tra mistici fiori cammino,
Sotto la celeste cupola scintillante.

“Sarà pago chi beve alla divina fonte!”
Ho chiuso gli occhi come chiamato da Dio –
Udivo solo del fiume lo strano brusìo,
Più tardi, più tardi ho visto Dante sul ponte.

“Sei tu, Tu, mio maestro! Bianco come un giglio,
Perché mai Ti brucia questo strano sconforto?
Svelami, Ti prego, il segreto del Tuo volto.
Non so niente. Mi son perso. Dammi un consiglio”.

Egli disse, o disse l’acqua, oppure la luna,
Caddi in ginocchio, coprendomi il viso triste:
“Non c’è inferno, né cielo, non c’è terra alcuna,
C’è solo Beatrice. E proprio lei non esiste”.

1922

(Tutte le poesie sono nella versione di Paolo Statuti)

Octavio Paz – Como quien oye llover

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Octavio Paz
– Premio Nobel de Literatura en 1990 –
Como quien oye llover
“Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987

Leído por Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Gymnopédie No. 1

Imagen: L.M.Corsanico ©

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Óyeme como quien oye llover,
ni atenta ni distraída,
pasos leves, llovizna,
agua que es aire, aire que es tiempo,
el día no acaba de irse,
la noche no llega todavía,
figuraciones de la niebla
al doblar la esquina,
figuraciones del tiempo
en el recodo de esta pausa,
óyeme como quien oye llover,
sin oírme, oyendo lo que digo
con los ojos abiertos hacia adentro,
dormida con los cinco sentidos despiertos,
llueve, pasos leves, rumor de sílabas,
aire y agua, palabras que no pesan:
lo que fuimos y somos,
los días y los años, este instante,
tiempo sin peso, pesadumbre enorme,
óyeme como quien oye llover,
relumbra el asfalto húmedo,
el vaho se levanta y camina,
la noche se abre y me mira,
eres tú y tu talle de vaho,
tú y tu cara de noche,
tú y tu pelo, lento relámpago,
cruzas la calle y entras en mi frente,
pasos de agua sobre mis párpados,
óyeme como quien oye llover,
el asfalto relumbra, tú cruzas la calle,
es la niebla errante en la noche,
es la noche dormida en tu cama,
es el oleaje de tu respiración,
tus dedos de agua mojan mi frente,
tus dedos de llama queman mis ojos,
tus dedos de aire abren los párpados del tiempo,
manar de apariciones y resurrecciones,
óyeme como quien oye llover,
pasan los años, regresan los instantes,
¿oyes tus pasos en el cuarto vecino?
no aquí ni allá: los oyes
en otro tiempo que es ahora mismo,
oye los pasos del tiempo
inventor de lugares sin peso ni sitio,
oye la lluvia correr por la terraza,
la noche ya es más noche en la arboleda,
en los follajes ha anidado el rayo,
vago jardín a la deriva
–entra, tu sombra cubre esta página.

 

Octavio Paz – Come chi ascolta piovere

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Octavio Paz
– premio Nobel per la letteratura nel 1990 –
Come chi ascolta piovere
(Traduzione di Ernesto Franco)
da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Gymnopédie No. 1

Immagine: L.M.Corsanico ©

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Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte non arriva ancora,
figure della nebbia
al voltare l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando ciò che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata con i cinque sensi svegli,
piove, passi lievi, rumore di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
ciò che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
lampeggia l’asfalto umido,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e il tuo sembiante di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lento lampo,
attraversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto lampeggia, tu attraversi la strada,
è la nebbia errante nella notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’ondeggiare del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sgorgare di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, ritornano gli istanti,
senti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né là: li senti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
– entra, la tua ombra copre questa pagina.

 

 

 

Marcello Comitini – Prendimi per mano

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Marcello Comitini ©
Prendimi per mano
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin: Fragilité op. 51 n°1
Orazio Sciortino, piano

Immagini di L.M. Corsanico

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Prendimi per mano ©

Soltanto tu mi stai accanto con le mani velate di mistero
e mi accompagni lungo il fiume che divide la città.
Guardiamo nelle acque gli alberi e le nuvole
che immobili nel cielo
sembrano scivolare dentro gli argini
correndo verso l’infinito.
Tutto il grigio dona luce per contrasto
ai colori delle case come sui murales i mille arcobaleni
ma gli uomini continuano a guardare a testa bassa
il colore dell’asfalto per le strade che percorrono
giorno dopo giorno come per scandire la monotonia del tempo.

Prendimi per mano. Invitami a vedere nei tuoi occhi
quell’azzurro del cielo che da tempo si è smarrito.
Mostrami come il rosso del tramonto si tramuta
sulle tue labbra sorridenti in alba libera dal peso
che ogni giorno porta come una condanna.

Prendimi per mano. Trasportami oltre il tempo umano
misero e vasto come il mare che sconosce
quanti colori si celino nelle profondità delle sue grotte.

Annuncia al mio stupore la fine dell’angoscia.

Charles Baudelaire – Spleen LXII

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Charles Baudelaire
I fiori del male
1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini

© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Franz Liszt – Nuages Gris

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I FIORI DEL MALE
SPLEEN E IDEALE
LXII Spleen (Quando il cielo basso e cupo pesa)

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito gemente preda di eterna noia,
e coprendo per intero il cerchio dell’orizzonte,
ci muta in nero un giorno più triste della notte;

Quando la terra si muta in una cella umida
dove la Speranza, simile a un pipistrello,
se ne va battendo i muri con le ali timide
e urtando con la testa contro soffitti marci;

Quando la pioggia dispiegando le sue immense scie
imita le sbarre di una grande prigione
e un popolo silenzioso di schifosi ragni
tende le sue tele in fondo ai nostri cervelli,

campane tutt’a un tratto scoppiano con furia
e lanciano verso il cielo urla raccapriccianti
come spiriti erranti e senza patria
che si mettono a gemere insistenti.
— E vecchi funerali, senza tamburi né musica,
lentamente sfilano nella mia anima; e la Speranza
piange come vinta, la dispotica Angoscia,
sul mio cranio reclinato pianta il suo vessillo nero.

Konstantinos Kavafis – La città

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Konstantinos Kavafis
La città in “Le poesie”, traduzione a cura di Nicola Crocetti,
Einaudi 2015
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Opera pittorica di Edgar Caracristi

Sibelius Kuusi Op. 75 Nr. 5
Hanna-Mari Zinovjev, piano

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Dicesti: «Andrò in un’altra terra, su un altro mare.
Ci sarà una città meglio di questa.
Ogni mio sforzo è una condanna scritta;
e il mio cuore è sepolto come un morto.
In questo marasma quanto durerà la mente?
Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo
vedo le nere macerie della mia vita, qui
dove tanti anni ho trascorso, distrutto e rovinato».

Non troverai nuove terre, non troverai altri mari.
Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade
girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;
e in queste stesse case imbiancherai.
Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi – non sperare –
non c’è nave per te, non c’è altra via.
Come hai distrutto la tua vita qui
in questo cantuccio, nel mondo intero l’hai perduta.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij – Il Grande Inquisitore

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AUDIOLIBRO
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
I fratelli Karamàzov
Cap.V – Il Grande Inquisitore
traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Collana I Grandi Libri, Milano, Garzanti, 1992
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinto di Ilya Glazunov
Grande Inquisitore,1985

Dipinti della Cattedrale di Siviglia, AA.VV.

Alexander Scriabin:
Prelude Op.31 – No.1 in D flat major
Piano Sonata 1 in F Minor Op. 6 – IV

CHARLES BAUDELAIRE – IL NEMICO

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Charles Baudelaire
I fiori del male
1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini

© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Richard Wagner – Lohengrin Prelude Act 1

IL NEMICO – I FIORI DEL MALE
SPLEEN E IDEALE
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IL NEMICO

Fu la mia giovinezza una tempesta oscura
traversata qua e là da soli luminosi.
Tuono e pioggia hanno fatto tali disastri
che restano nel giardino pochi frutti vermigli.
Ecco già ho toccato l’autunno delle idee
e occorrerà usare pala e rastrello
per rimettere in ordine le terre inondate
dove l’acqua ha scavato buche come tombe.
E forse i nuovi fiori da me ancora sognati
troveranno nel suolo lavato come un greto
il mistico alimento che dia loro vigore?
— O dolore! o dolore! rode il Tempo la vita
e l’oscuro Nemico, che ci rosicchia il cuore
col sangue che perdiamo, cresce e si fortifica!